venerdì 29 agosto 2008
mercoledì 20 agosto 2008
VERDINI: Prosegue la costruzione del Popolo della Libertà
Dalla seconda metà di luglio è stato fatto un altro, importante passo in avanti lungo il percorso che porterà alla definitiva costruzione del Popolo della Libertà. Con una comunicazione a doppia firma (Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia, e Ignazio La Russa, reggente di Alleanza Nazionale) si è dato il via in tutte le regioni alla formazione di coordinamenti regionali del PdL, in cui i partiti che hanno aderito al PdL siano rappresentati come da intesa stipulata prima delle elezioni, fatto salvo situazioni particolari, che saranno esaminate in sede nazionale.
I compiti primari dei coordinamenti, che saranno guidati dai coordinatori regionali di Forza Italia e AN, sono i seguenti:
l) Formare in ogni provincia e in ogni comune il Coordinamento del Pdl, che dovrà essere costituito, secondo i parametri dell’accordo e tenendo conto dei singoli partiti, degli eletti e delle personalità territoriali.
2) Costituire una Federazione tra i gruppi consiliari di tutti i partiti che hanno aderito al PdL.
3) Dare avvio ad una ricognizione sul territorio per mettere a punto il lavoro da svolgere in vista delle elezioni amministrative della primavera 2009.
I compiti primari dei coordinamenti, che saranno guidati dai coordinatori regionali di Forza Italia e AN, sono i seguenti:
l) Formare in ogni provincia e in ogni comune il Coordinamento del Pdl, che dovrà essere costituito, secondo i parametri dell’accordo e tenendo conto dei singoli partiti, degli eletti e delle personalità territoriali.
2) Costituire una Federazione tra i gruppi consiliari di tutti i partiti che hanno aderito al PdL.
3) Dare avvio ad una ricognizione sul territorio per mettere a punto il lavoro da svolgere in vista delle elezioni amministrative della primavera 2009.
venerdì 15 agosto 2008
Il libro verde sul welfare e il futuro dell'Italia
Con il libro verde prodotto dal ministero del Lavoro, Salute e politiche sociali, il ministro Maurizio Sacconi avvia un dibattito pubblico sul futuro del sistema del welfare in Italia, nella speranza di pervenire a soluzioni il più possibile condivise dagli attori istituzionali, politici e sociali.

Sarà aperta una consultazione pubblica per un periodo di tre mesi, fino al 25 ottobre, attraverso la casella di posta elettronica libroverde@lavoro.gov.it .
Ricostruire un welfare capace di riproporre la centralità della persona e della sua salute significa ridurre la povertà, l'emarginazione e il disagio sociale, incrementando la produttività del lavoro, i tassi di occupazione e la crescita complessiva dell'economia.
"La sfida a cui siamo chiamati non è solamente economica ma, prima di tutto, progettuale e culturale. Vogliamo riproporre la centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia", si legge nella prefazione del libro verde che individua un futuro welfare che sa dare rilievo, insieme alle imprescindibili funzioni pubbliche proprie delle istituzioni, anche il valore della famiglia, di tutti i corpi intermedi che concorrono a fare comunità.
Sarà aperta una consultazione pubblica per un periodo di tre mesi, fino al 25 ottobre, attraverso la casella di posta elettronica libroverde@lavoro.gov.it .
Ricostruire un welfare capace di riproporre la centralità della persona e della sua salute significa ridurre la povertà, l'emarginazione e il disagio sociale, incrementando la produttività del lavoro, i tassi di occupazione e la crescita complessiva dell'economia.
"La sfida a cui siamo chiamati non è solamente economica ma, prima di tutto, progettuale e culturale. Vogliamo riproporre la centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia", si legge nella prefazione del libro verde che individua un futuro welfare che sa dare rilievo, insieme alle imprescindibili funzioni pubbliche proprie delle istituzioni, anche il valore della famiglia, di tutti i corpi intermedi che concorrono a fare comunità.
domenica 10 agosto 2008
Formigoni: reggenti Pdl? squadra scelta dalla base
Roberto Formigoni si è portato il lavoro in vacanza. Entro la fine di agosto sarà deciso il metodo di elezione del reggente («regole democratiche al 100%» assicura Silvio Berlusconi), a settembre Milano ospiterà la prima festa del Pdl e il vicepresidente di Forza Italia dal suo buen retiro sulle Alpi telefona, scrive, prepara incontri. «Si avvicina a passi veloci la meta finale, la costituzione del partito unico. Un processo che interessa Forza Italia e An e anche gli altri che hanno già sposato il progetto del Pdl e cioè partiti alleati ma anche gruppi, movimenti, personalità della società civile».
Che tipo di congresso state preparando?
«Ci sarà un congresso di fondazione con ampie garanzie democratiche per tutti, sia per i partiti che per i gruppi che per le singole personalità. Nasce un vero nuovo partito e la democrazia interna è la sua regola di funzionamento. Prima del congresso di fondazione, a fine gennaio, ci saranno i congressi di scioglimento dei partiti, diciamo a metà gennaio».
Chi sarà il reggente del Pdl?
«Attenzione, il partito ha già un grande leader che è Berlusconi. Diversa è la questione del reggente, importa poco chi sarà, lo vedremo cammin facendo. È preferibile che sia una persona affiancata da un comitato di reggenza, un primus inter pares. Nasce un partito del 45 per cento, che rappresenta la metà dell’Italia. Reggente e comitato saranno scelti sentendo la base».
È politicamente opportuno che il reggente sia di An o è preferibile che sia espressione del socio di maggioranza?
«Non può esserci nessuna preclusione, anche se sappiamo che il contributo più grande lo porta Forza Italia e per questo la candidatura di un uomo o di una donna di Forza Italia non dovrà stupire nessuno. Gli accordi per i delegati al congresso sono 70 a 30 o 75 a 25, sia pure spalmati sul territorio».
Per il ruolo di reggente ci sarà anche la candidatura Formigoni?
«Parleremo con Berlusconi e con gli altri del mio ruolo. Credo che nel comitato di reggenza potrò dare il mio contributo insieme ad altri ma ci sarà tempo per decidere, anche tenuto conto delle garanzie di continuità e del fatto che Berlusconi mi ha chiesto di essere vicepresidente di Forza Italia. Voglio sottolineare che lo dico con spirito di servizio».
Pensa a primarie tra i militanti o consultazioni tra gli iscritti?
«Niente primarie. Abbiamo due partiti strutturati in cui gli iscritti si sono già pronunciati, ci sono gli eletti, i coordinatori, espressione già forte di un consenso della base. Le modalità con cui sentire la base le stabiliremo nelle riunioni che si faranno già prima di fine agosto perché i tempi sono estremamente ravvicinati e bisogna tener conto anche di questo per scegliere il metodo migliore. Potrebbe anche succedere che An sente i suoi in un modo e Forza Italia in un altro».
Partito aperto o club esclusivo?
«Vorrei che le porte fossero aperte per tutti. Mi auguro che il processo che parte interessi sempre più i moderati italiani, anche quelli che si collocano sulla riva opposta. Spero che si sia tutti consapevoli di dover costruire una cosa nuova, una casa in cui tutti gli italiani si trovano a loro agio. Detto questo, è positivo che il Pdl eserciti forza di richiamo ma ci devono essere regole chiare per tutti».
Enrico Letta ha invitato il Pd ad abbandonare l’antiberlusconismo.
«Mi sembra una manifestazione di buon senso. Credo che il centrosinistra italiano abbia bisogno di questo, anche perché l’antiberlusconismo li ha portati a schiantarsi. È l’atteggiamento che ci aspettavamo dal centrosinistra in questa legislatura. Non l’ha imboccato ma è sempre in tempo per cambiare strada. Vediamo se alle parole seguiranno i fatti».
C’è il problema di chi chiede di rientrare. La Santanchè?
«Esiste una regola: per le persone che hanno avuto precedenti militanze e vogliono entrare nel nuovo partito si devono pronunciare tutti i partiti fondatori».
E l’Udc?
«La regola vale per tutti».
sabato 9 agosto 2008
La doppia morale
Sinistra, avversari e giudici
Articolo di Angelo Panebianco pubblicato dal "Corriere della sera" il 27 luglio 2008
Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l' ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d' emergenza di fronte all' afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi. Come mai all' epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l' avversario, in realtà, non si crede affatto?
La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l' esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard. Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall' utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l' occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti?
Qualcosa del genere, d' altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po' di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l' una o l' altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi.
Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti. Tra i comunisti c' erano molte persone serie, rigorose, di qualità. Queste persone, quando presero atto che la superiore causa era un vicolo cieco, o un' impostura, cambiarono registro. Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all' interno dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità, con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti, politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista. I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio standard e la doppia morale.
La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e cliché culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell' alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico-morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi». Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell' esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all' impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera.
Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.
Articolo di Angelo Panebianco pubblicato dal "Corriere della sera" il 27 luglio 2008
Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l' ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d' emergenza di fronte all' afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi. Come mai all' epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l' avversario, in realtà, non si crede affatto?
La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l' esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard. Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall' utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l' occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti?
Qualcosa del genere, d' altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po' di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l' una o l' altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi.
Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti. Tra i comunisti c' erano molte persone serie, rigorose, di qualità. Queste persone, quando presero atto che la superiore causa era un vicolo cieco, o un' impostura, cambiarono registro. Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all' interno dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità, con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti, politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista. I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio standard e la doppia morale.
La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e cliché culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell' alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico-morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi». Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell' esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all' impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera.
Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.
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